Fabio Prestifilippo. Nota di lettura a “Planetaria. 27 poeti del mondo nati dopo il 1985”

“Non basta raggruppare una manciata di nomi”. Così ci esortano, nelle prime righe dell’introduzione, i curatori Massimo Dagnino e Alberto Pellegatta, a prendere le distanze da una certo “mal costume” che investe in forma più o meno estesa parte della critica letteraria: una sommaria tendenza a considerare il “gruppo” su base prettamente anagrafica. Va da sé che esistono le eccezioni, soprattutto nelle fasi pioneristiche, tempi nei quali alcune case editrici, supportate dalla critica, hanno saputo dare alle stampe edizioni antologiche basate su un’attenta ricerca del denominatore comune. Partendo dal dato anagrafico come semplice presupposto per giungere a una credibile filologia del tempo. Di fatto Dagnino e Pellegatta specificano: “si […]passa da un principio biografico (la classe di appartenenza) a uno bibliografico (l’anno di pubblicazione dell’opera prima); nel tentativo, cioè, di espellere l’estensione da censimento a favore di un’operazione “fenomenologica”: il tempo imprime sugli autori un’influenza specifica che poi avrà i suoi risvolti – i libri presi in esame sono tutti a ridosso, ma quasi mai coincidenti con il 2001.”

Uscire dal guano dell’amalgama, ma come?  Sono persuaso dall’idea che l’unica possibilità di sopravvivenza delle piccole realtà editoriali sia quella di rivolgersi all’eccellenza con l’ausilio di un attento lavoro di ricerca. La continuità nella direzione della qualità letteraria, mantenuta nel tempo, porta inevitabilmente alla genesi di uno sguardo critico d’insieme e all’apertura di un orizzonte più vasto rispetto al singolo poeta gettato, con la propria opera, nella contemporaneità. In questa direzione si muove il progetto Planetaria della giovane e bene accolta casa editrice diretta da Alberto Pellegatta e Massimo Dagnino. Precisiamo, l’investigazione punta alla scoperta del ruolo che la rappresentazione del mondo ricopre in un arco di tempo ben definito e su un aspetto del linguaggio altrettanto esclusivista, il linguaggio poetico.

Come ci insegna la storia del pensiero critico: raggiunto l’apax di una visione del mondo, tra la sua fine e l’inizio di una nuova “esperienza”, si pone una sorta di smarrimento. In questa nebulosa nella quale tutto appare possibile si instaura da sempre la fenomenologia, più precisamente il bisogno di una fenomenologia. Husserl, fondatore del metodo esperienziale, avvertì l’ineluttabilità di una filosofia che cambiasse rotta rispetto alla supremazia, tutta ottocentesca, del metodo scientifico. Dagnino e Pellegatta offrono un punto di vista che oltrepassa le istanze della critica contemporanea, affossata dalla ricerca di un senso legato al tempo generazionale, ponendo l’attenzione sulla descrizione dell’esperienza. L’esperienza del tempo – poeti nati dopo il 1985 e che hanno pubblicato prima dell’11 (il sottotitolo, se mi è permesso, non ci aiuta a distinguere Planetaria dal mare magnum dalle antologie basate sul dato anagrafico) – sembrerebbe un campo di indagine ottimale per la definizione di una nuova dimensione: “Non dalle filosofie, ma dalle cose e dai problemi deve provenire l’impulso alla ricerca.”

“È solo all’interno dell’esperienza vissuta che c’è la relazione tra soggetto e oggetto. Anche l’oggetto esiste solo all’interno dell’esperienza vissuta del soggetto.”

L’esperienza vissuta genera l’oggetto, quest’ultima si instaura nel soggetto e ne modifica lo sguardo su un mondo popolato di cose, e tutto questo accade nel tempo. I curatori di Planetaria ci guidano ancora tra le peculiarità di un’indagine letteraria che mi azzardo a considerare come un cauto ritorno ad Husserl, in particolar modo quando affermano, sempre introducendo l’antologia: “[…]gli autori di Planetaria sono essi stessi una emanazione delle temperie, anche, e soprattutto, nelle caratteristiche positive che li pongono in una posizione di scarto. Se a livello contenutistico la risoluzione risulta a volte patinata[…], il campo di azione su cui operano con insistenza è quello stilistico: conseguire una riconoscibilità immediata e incontrovertibile attraverso lo stilema. Ovvero, ciò che riscontrabile, per una volta, è la diffusa e generale capacità di pensare e agire sulla struttura dei testi, di eludere i modelli standard di approccio alla poesia. […] I social non sono solo il luogo della poesia autocertificata, del dilettantismo, ma anche lo spazio entro cui creare e consolidare una propria cerchia, a cui può anche corrispondere una comune sensibilità estetica. Il compito che una volta era delegato a luoghi come caffè, salotti o riviste non è scomparso ma si è virtualizzato.” Conseguire una riconoscibilità immediata è possibile solo attraverso un ritorno alla singolarità della manifestazione linguistica e paradossalmente, queste voci che, sulla scia husserliana, chiameremo fenomeni linguistici, troppo spesso risultano non identificabili. Non ci resta quindi che apprezzare il lavoro di riconoscimento fatto da Massimo Dagnino e Alberto Pellegatta direttamente da alcuni testi emblematici:

Augusto Ficele

N 7

Le sei di sera

Sono l’orario in cui anche i metalli

più pensanti possono essere corrosi:

la ruota della macchina ti schiaccia il piede

e non avverti dolore.

Un bambino sputa fiero a terra

rimane deluso che parte della saliva

abbia rigato il bordo della maglietta.

Fai pipì nel vaso di ficus

è questo il tratto di costa che cerco.

Ora la tua testa poggia sulla mia spalla,

immobili fissiamo l’insegna luminosa:

Filetti di Baccalà.

Luca Minola

Non c’è tremore, solo colombe.

Si abbassano e non ricordano nessun nome,

praticano l’aria.

Tutta l’epoca in ginestre, in foglia ripetitive.

I temporali se ne vanno, si riassumono

in case aperte e poi chiuse.

Francesco Maria Tipaldi

IRA DI DIO

Tipaldi verrà capovolto

chi l’avrebbe mai detto quando in casa

venivano rospi grossi come buoi

e mi facevano le feste

e mi leccavano con quella loro lingua

Passeggiai lungamente

per i prati per i prati Gesù strusciava

furiosamente

le scarpa nell’erba

– sono cafoni questi miei cani!

è vero, risposi

Davide Cortese

GUNSLINGER BOY

Trascurano il crollo nell’avanzo,

di città interrate. Avvolto

nei filamenti

sospeso in una soluzione di sonno

il ragazzo-pilota. Il respiro si fissa

in spasmi amplifica immagini dell’animo

vicine a un altro impatto

(all’aperto i resti stracciati

dell’Angelo in rapido degrado sotto la pioggia):

nel suo berretto di lana la testa volta

di scatto nel sentore

di spie oltre la rupe. Le mani sondano il buio

sotteso ad altre,

spremute nell’affanno.

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