Paolo Ruffilli – Terra

Terra
 
Terra che ingoia
tutto quanto:
città nazioni imperi.
 
Terra stipata
di cadaveri
che ha divorato.
 
Terra che sputa fuori
erutta spinge
rugosa e tormentata.
 
Terra sfaldata
che annega
e che sommerge.
 
Terra che del
disordine e degrado
fa la sua forza.
 
Terra in travaglio
costruttivo e distruttivo
senza fine.

Commento Di Fabrizio Bregoli

L’inedito di Paolo Ruffilli esprime, fin dal titolo monolitico Terra, la centralità del tema che si vuole affrontare: una riflessione disincantata sul nostro pianeta, espediente per analizzare la nostra condizione come specie vivente, come uomini.

La composizione si palesa immediatamente per la struttura regolare che prevede sei strofe complessive, ciascuna composta da tre versi, fondamentalmente brevi, con un’oscillazione dal trisillabo (v.10) fino all’ottonario (v.17), con prevalenza di quinari (di cui il v.15 tronco) e di settenari. Ogni strofa è caratterizzata, in apertura, dalla presenza dell’anafora “Terra”, che funge da ripresa insistente e martellante del titolo della poesia, con un intento di rafforzamento del messaggio, in un climax ascendente di strofa in strofa che serve a convogliare fino alle estreme conseguenze il nucleo semantico della composizione.

Ruffilli ci offre un quadro a tinte fosche, dominato da una Terra che assolve al proprio compito di perenne trasformazione della Natura e delle specie che vi risiedono, in un processo di fagocitazione (si veda l’espressionistico “cadaveri / che ha divorato”) dettato dall’assenza di un orizzonte teleologico: non a caso si parla di una forza caratterizzata da “disordine e degrado”. Ecco allora la contraddittorietà connaturata a questo processo che vede la Terra sia come forza agente (“sommerge”) sia come realtà agita (“annega”) nel contesto di uno sfaldamento senza appello. La Terra – più volte personificata, come per l’uso dei verbi “ingoia” e “sputa fuori”, ma anche nell’aggettivazione come in “rugosa e tormentata” – è in sostanza “travaglio” (sia nell’accezione più ampia del termine – quello di sofferenza estrema – sia nella connotazione più specifica del dolore associato alla venuta al mondo, alla nascita), travaglio che è ambivalente (“costruttivo e distruttivo”) e soprattutto inesausto, “senza fine”. Morte e rinascita si alternano e si ricombinano lungo tutto il percorso della poesia.

Tutto si riconduce dunque alla constatazione – senza alcuna difesa da parte dell’uomo, che è il vero soggetto della riflessione, anche se mai citato – dell’ineluttabilità di un destino di annientamento, dal quale soltanto può avvenire la rigenerazione, e la speranza quindi di una prospettiva nuova: lì dove la poesia termina emblematicamente, negando che ciò avvenga, con il verso: “senza fine”.

Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, ma è originario di Forlì e vive dal 1972 a Treviso. Si è laureato in lettere presso l’università di Bologna. Per anni ha collaborato alle pagine culturali dei quotidiani “Il Resto del Carlino”, “Il Giornale”, “la Repubblica”, “Il Gazzettino”. Fa il consulente editoriale. Per vent’anni ha lavorato per l’editore Garzanti e oggi dirige la collana di poesia Biblioteca dei Leoni. Autore di romanzi e di racconti, è conosciuto a livello internazionale per i suoi libri di versi tradotti in molte lingue. Della sua poesia si sono occupati criticamente nomi come Alberto Asor Rosa, Luigi Baldacci, Roland Barthes, Yves Bonnefoy, Robert Creeley, John Deane, Dario Fo, Giovanni Giudici, Alfredo Giuliani, James Laughlin, Pier Vincenzo Mengaldo, Czeslaw Milosz, Eugenio Montale, Alvaro Mutis, Cees Nooteboom, Giovanni Raboni, Vittorio Sereni Andrea Zanzotto, Luigi Baldacci.

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